Il Passo dell’Osteria Bruciata

L’Osteria Bruciata è una delle più note, ma anche una delle più misteriose locande dell’Appennino Settentrionale. Essa era sita in un’area mai identificata ufficialmente nei pressi del passo a cui ha dato il nome.

Il Passo dell’Osteria Bruciata è un valico appenninico a 917 metri di quota, conosciuto (sembra) fin dal tempo degli Etruschi, che unisce Firenzuola a Scarperia. Su questo crinale doveva passare l’indefinito confine tra i territori dei Liguri, che abitarono il Mugello, e i territori del Galli. Fino a tutto il 1200 questo valico fu la principale via di collegamento tra le valli del Santerno e del Sieve, era dominio della Famiglia Ubaldini (nemici di Firenze) e fu abbandonato nel tardo medioevo quanto i Fiorentini deviarono le strade verso i vicini passi della Futa e del Giogo.

Il passo con ogni probabilità apparteneva ad una delle varianti della Via Francigena che conduceva a Roma distaccandosi dalla Via Emilia più a sud, nei pressi di Imola, rispetto al percorso tradizionale che abbandonava la Via Emilia tra Piacenza e Parma. Il valico era utilizzato da pellegrini, viandanti, commerciati, eccetera, che andavano da un versante all’altro dell’Appennino (da Firenze a Bologna o Ravenna e viceversa), spesso si muovevano a piedi carichi di merce e aprire un’osteria su questa strada doveva essere certamente un buon affare, infatti l’osteria c’era.

Presso il valico sorgeva un’osteria che, sfruttando l’invidiabile posizione e il frequente passaggio di persone, accoglieva i viandanti in transito tra le due valli offrendo loro riparo, vitto e un ricovero per gli animali. L’osteria acquistò una fama sinistra dovuta alla continua sparizione di persone nelle proprie vicinanze. Sicuramente occorse diverso tempo prima che tale fama si diffuse, considerata anche la lentezza delle comunicazioni al tempo.

Un giorno la oramai malfamata osteria fu incendiata, infatti, l’oste e la famiglia uccidevano nel sonno alcuni clienti per servirli come pietanza agli ignari pellegrini del giorno successivo.

La leggenda narra che un frate, partito da Bologna alla volta di Firenze, sostò nella locanda e capì che stava mangiando carne umana (non voglio sapere perché un monaco dovrebbe conoscere il sapore della carne umana), pertanto, chiese all’oste un poco di carne da portare ai confratelli. L’oste preparò la carne come di consueto e la consegnò al frate, il quale, a sua volta, la consegnò alle guardie. La carne fu identificata come umana e di conseguenza partì un drappello che fece irruzione all’osteria trovando le prove dei delitti. L’oste e la famiglia furono impiccati e l’osteria, appunto, bruciata.

I ruderi dell’osteria che ha dato il nome al Passo dell’Osteria Bruciata non sono mai stati localizzati. L’unica documentazione certa riguardo all’esistenza di un’osteria presso il valico è uno schizzo del 1585 eseguito per risolvere una controversia. Il perito, infatti, raffigurò il territorio e venne riportato il toponimo “spedaletto rovinato” e una strada che vi passava davanti ubicandolo nei pressi del valico.

Alcuni anni fa si diffuse la notizia che dei taglialegna al lavoro nel bosco di Castro San Martino ritrovarono i resti di un muro e un pavimento, ma la notizia si esaurì senza ulteriori dettagli a me noti.

Oggi il Passo dell’Osteria Bruciata è transitabile solo a piedi, ed è all’incrocio tra il sentiero 00 nel tratto tra il Passo del Giogo e il Passo della Futa, il sentiero 733 che sale dalla Valle del Santerno e i sentieri 46 e 50 che salgono dal versante toscano. Al passo non vi è assolutamente nulla, se non un cippo di cemento che indica il valico.

Ho scritto questo breve resoconto basandomi su alcune storie che mi hanno raccontato e alcune ricerche di modesta entità senza la pretesa di essere esaustivo, esatto o completo, ma solo interessante.

(prima pubblicazione sul Bollettino CAI Faenza n. 106 2014)

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